1. E’ utile/necessaria inutile/dannosa l’idea di una società̀ alternativa? Gli “inconvenienti” che denunciamo sono inerenti all’imperfezione della natura umana, alla casualità̀, a errori di singoli e così via, o rivelano qualche caratteristica sistemica che va modificata per migliorare in maniera significativa la vita degli umani e degli altri abitatori di questo pianeta?

Che domanda filosofica! Giusto l’altro giorno leggevo su una rivista di parole crociate (non scherzo) del concetto platonico dell’intreccio tra caso, volontà divina e azione dell’individuo nel determinarsi delle cose umane. Si diceva, se il pilota nella tempesta non cerca e/o non sa come cercare il Porto non deve dare tutta la colpa al fato (che non l’ha spinto nella giusta direzione) o al divino (che gli ha inviato la tempesta) se naufraga.
È evidente che il nostro destino dipende anche (direi in larga misura) dalle scelte e dalle azioni più o meno consapevoli che facciamo e/o che subiamo a causa di scelte o azioni di altri. L’insieme di questi aspetti determinano il modello sociale che è possibile definire “caratteristica sistemica” come suggerito dalla domanda, non c’è nulla di casule e gli errori dei singoli non sono che un aspetto di ciò. Non vedo contrapposizione né diarchia.
Rispondo quindi convinto che sì, la vita degli umani e degli altri abitatori di questo pianeta (o almeno di molte delle specie evoluitesi negli habitat odierni) dipende dalla caratteristica sistemica presente e che quindi questa può essere modificata (si modifica, come sempre avvenuto, anche senza alcuna volontà razionale, in ogni caso).
Sul concetto di miglioramento ci sarebbe a lungo da dire: esser riusciti a sottrarci, come specie umana, alla selezione naturale – tanto da aumentare il nostro numero in modo esponenziale – fino a che punto è definibile un miglioramento?

  1. E’ corretto a tuo parere aver individuato nel profitto il tratto caratteristico della società̀ esistente? L’idea della cura è adeguata come alternativa a quella di profitto?

Alla prima domanda rispondo di sì. Certo, la nostra società è alquanto complessa e quindi i fattori che la determinano sono molti ed a volte conflittuali tra loro. Il profitto – che agisce da molti millenni – negli ultimi due secoli ha visto accrescere il suo peso e negli ultimi decenni ha assunto un carattere predominante che tende a spazzare gli altri fattori, anche se ancora non è totalizzante né a livello planetario né nel nostro “primo mondo”. Ma non cedo che ci si chieda di approfondire questo aspetto.
Interessante avvicinare per un confronto il fattore “cura” per tentare di gettare luce sul fatto che anche nel nostro mondo molto si basa sull’impiego di questo fattore.
Non è molo presente nell’ambito delegato alle donne (cura della casa, cura dei figli, cura degli anziani, cura dei rapporti sociali di vicinato, ecc.) ma è una rete che sostiene un po’ tutto e tutti se pensiamo alle relazioni amicali, sportive, culturali, ecc.
In ogni caso, mettere in antitesi i due fattori se può apparire più semplice ed anche un po’ consolatorio, può far correre il rischio di andare a sbattere contro il muro della propaganda avversa (volete mica tornare al lume di candela ed alle carrozze a cavallo).
Più in generale, è sempre bene tener conto che la complessità governa il mondo e quindi la semplificazione che il profitto è cattivo e la cura invece buona non è un buon viatico.

  1. Ritieni giusto e condivisibile (non solo “legittimo”, che sarebbe ovvio) che i sostenitori dell’idea “Società̀ della Cura” cerchino di farne un concreto progetto politico organizzandosi e promuovendo iniziative?

Bisogna vedere cosa si intende per progetto politico.
Personalmente sono quasi tre decenni che agisco in organizzazioni che politicamente ed operativamente si pongono l’obiettivo di migliorare la nostra società. E siccome tutto è stato fatto con il volontariato, posso dire di aver agito secondo il fattore della cura piuttosto che quello del profitto; ma riconosco l’utilità di aver anche dei “professionisti” e delle risorse economiche e che con la sola cura si hanno obiettivamente maggiori difficoltà ad agire.
E ritengo sempre un’opportunità da esplorare quando si mettono in campo proposte che cercano di mettere insieme esperienze diverse. Non è la prima, non sarà l’ultima.

  1. Tu sei personalmente interessato al progetto “Convergenza dei movimenti per la Società̀ della Cura”? A quali condizioni contenutistiche e organizzative?  

Ho partecipato a molte reti (tematiche, di scopo, di genere, alcune anche di metodo, come mi pare voglia essere questa proposta.) che tentavano di “unire gli sforzi”, a volte con buoni risultati altre volte meno.
L’efficacia di questo genere di cose dipende da molti aspetti, che vanno dai contesti d’azione, dai partener (politici, sociali, ecc.) fino all’evoluzione dei contesti stessi.
Ritengo, come ho già avuto modo dire, che seppur avendo ben presenti quali siano i fini ultimi che ci si pone (e che questi siano chiaramente dichiarati e condivisi) le modalità di azione debbano esser il più concrete e puntali possibili. Più le cose che si fanno sono precise e più si contiene il rischio di prestarsi ad un vuoto gioco assembleare in cui parolai e discorsi astratti rendano la cosa inconcludente e fine a se stessa.
Agire su cose concrete, inoltre, aiuta a smascherare politicanti ed amministratori furbastri e, soprattutto, dà la possibilità di arrivare alle persone non attiviste, parlando di cose e problemi che interessano loro direttamente.

  1. Considerazioni ulteriori, libere su questo questionario, sulla SdC e sul da farsi

È forse possibile e necessario investire ulteriore tempo sui nessi tra profitto e cura e sul concetto di caratteristica sistemica ma i dettagli si dovranno affinare con il lavoro.
Ripropongo che si scelgano alcuni argomenti e si ipotizzino alcune azioni concrete e da ciò si parta.
Ah, il lavoro nella mia Associazione non manca quindi il possibile tempo eventualmente da dedicare a questa proposta è quello che è…