1. E’ utile/necessaria o inutile/dannosa l’idea di una società alternativa? Gli “inconvenienti” che denunciamo sono inerenti all’imperfezione della natura umana, alla casualità, a errori di singoli e così via, o rivelano qualche caratteristica sistemica che va modificata per migliorare in maniera significativa la vita degli umani e degli altri abitatori di questo pianeta?

Un mondo diverso è non solo (auspicabilmente) possibile ma necessario, prendendo lo spunto da un fortunato slogan che sintetizza il pensiero dei movimenti sociali di questi ultimi decenni. Quindi prima di tutto vi è la necessità di cambiare uno stato di cose che altrimenti porterebbe il mondo alla catastrofe, come oramai acclarato dalla questione del cambiamento climatico. Ma ciò non basta a certificare la bontà di una via d’uscita possibile, proprio perché come ben sappiamo dalle crisi si può uscire a sinistra, ma forse molto più spesso si vira purtroppo verso destra: sarebbe per esempio il caso dell’imposizione di uno stile di vita morigerato per via autoritativa, che irregimenti le vite individuali, togliendole magari anche quel grado di umana capacità relazionale e lasciando sostanzialmente inalterate le cause profonde che questa crisi hanno prodotto.
Che poi l’uomo sia una specie potenzialmente letale per l’ambiente che lo ospita, tanto da paragonarlo ad uno dei peggiori virus che la storia ricordi, è senso comune, e qui sta forse l’idea che sia necessario un salto antropologico che ci porti su un altro piano del discorso rispetto alle miserie che in genere fanno sì che prevalgano i peggiori istinti che portano a sopraffare l’altro pur di garantirsi condizioni migliori per sé e la propria cerchia di riferimento. Probabilmente c’è bisogno di un lungo apprendistato per evitare simili condizionamenti che una qualche forma di natura e un determinato assetto sociale inducono nel comportamento umano. Questo apprendistato è secondo me il lavorio culturale, l’emersione di un pensiero complesso che dia ragione delle interrelazioni esistenti a livello ecosistemico e di un loro governo socialmente più accettabile.
La forma che vedo più vicina a darne conto è quella che promuova processi partecipativi in grado di autodeterminare il percorso (qualsiasi percorso, non essendo dato nessuna meta verso cui incedere ma i mille rivoli del processo di convergenza) in senso emancipativo.

  1. E’ corretto a tuo parere aver individuato nel profitto il tratto caratteristico della società esistente? L’idea della cura è adeguata come alternativa a quella di profitto?

Essenziale in questa logica cambiare il paradigma di riferimento, passando a dare valore a ciò che ci contraddistingue in quanto propriamente umani, e che quindi ci mette in condizione di trarre reciproco vantaggio riconoscendoci come parte di un insieme e portatori delle stesse esigenze e degli stessi diritti, contro quello che invece si presenta come un Moloch predatorio, che assegna valore a tutto ciò che incontra secondo un ordine economicistico e in quanto tale impersonale e privo di responsabilità, contribuendo a compromettere le risorse naturali e umane del Pianeta. Sta quindi qui il potenziale distruttivo che grazie all’elemento finanziario ha compiuto un ulteriore salto di qualità, rendendosi globale e onnicopmprensivo (Il cosiddetto pensiero unico). L’orizzonte dei Beni Comuni e l’attenzione verso il soggetto (umano) più che all’oggetto (cosificato) enuclea appunto un altro ordine del discorso che permette di ricategorizzare i principi per un’azione realmente alternativa.

  1. Ritieni giusto e condivisibile (non solo “legittimo”, che sarebbe ovvio) che i sostenitori dell’idea “Società della Cura” cerchino di farne un concreto progetto politico organizzandosi e promuovendo iniziative?

Muoversi in quella direzione non può che comportare l’assunzione di un progetto politico appunto alternativo all’esistente, per questo una logica di Rete tra soggetti individuali e collettivi non deve escludere nessuno che si ritrovi nei valori fondanti di un simile manifesto valoriale; che a ciò si affianchi l’idea di dare una forma organizzata pare cosa assolutamente naturale, ma bisogna fare attenzione per i seguenti motivi: il progeto non può per definizione essere eterodiretto con priorità stabilite altrove risetto a dove si collocano i soggetti partecipanti con la loro presenza attiva(il core business), bisogna altresìm considerare che “primum vivere deinde philosophari”, cioè ogni soggetto associativo ha i propri tempi e poche risorse disponibili oltre alla necessità di non
annullare la propria identità semplicemente in un soggetto collettivo, quindi il processo deve necessariamente rimanere aperto e innanzitutto frutto di un divenire, un farsi spontaneo che utilizzi pochi strumenti che la Rete metta a disposizione.

4. Tu sei personalmente interessato al progetto “Convergenza dei movimenti per la Società della Cura”? A quali condizioni contenutistiche e organizzative?

L’interesse evidente mostrato in questa prima fase si scontra con difficoltà operative che vanno correttamente inquadrate: laddove si sono prodotte accelerazioni di tipo contenutistico, a livello regionale come in quello nazionale, si sono riscontrate difficoltà crescenti a mantenere viva la partecipazione sul medio-lungo periodo, le ipotesi comunque sviluppate si sono cristallizzate in acquisizioni di principio senza effettivamente dialetticizzarsi in analisi/azioni a livello locale, intendendosi con ciò un’articolazione di pensiero e un impulso a tradursi in nuovi livelli di proposta su temi locali, nel frattempo altri luoghi si danno come intreccio operativo tra associazioni non esenti dai notori alti e bassi dei suoi partecipanti. E’ chiaro che possa qui scattare anche il riflesso condizionato di optare per una struttura che incardini il processo in qualcosa di certo (se mai fosse possibile) e di durevole, ma il rischio è ben più alto dei problemi che intenderebbe risolvere: intanto perché già le associazioni o altri soggetti similari debbono fare fronte a necessità urgenti di funzionamento interno e magari ne sopportano lo stress, poi perché si producono le condizioni ideali per una diversificazione di ruoli in un quadro che invece ha bisogno di mantenere fluidità tra soggetti tendenzialmente paritari.
Vanno invece garantiti i presupposti per un confronto aperto, individuando quindi il modus operandi e i relativi strumenti che li possano soddisfare: delle agorà di prossimità (livello comunale o di comprensorio) come scambio d’informazioni e ricerca di sinergie per eventuali iniziative comuni e per costituire un polo di riferimento ideale che funga da controcanto alla narrazione mainstream, quindi con punti di caduta sulle notizie di cronaca locale (a questo proposito va studiato un regolamento che consenta agilità ma anche rigore nel tracciare linee di demarcazione e manifestazione di volontà comuni – un possibile esempio può essere costitutito dal Regolamento della Rete Genova Sostenibile) e su questo verificare la spendibilità del brand “Società della cura”.