La visione patriarcale nella conversione  ecologica

La visione patriarcale nella conversione ecologica

Di seguito alcuni passi dell’articolo “La cura e la pandemia del patriarcato”, disponibile per intero a questo link:

«… Che si tratti di un corpo, di un bene o di lavoro, la logica della proprietà o del profitto individuale, connaturati nella cultura imperante, sono il terreno che alimenta la competizione a scapito delle relazioni…Ciò a testimonianza che le condizioni di genere sono più di altre la ‘terra di confine’ della società, una società patriarcale e capitalistica che pone al centro la gerarchia di valore e riconoscimento, anche economico, della produzione e della ri-produzione. Una caratteristica specifica dell’oppressione delle donne e di altri gruppi ‘fragili’ nelle società di mercato»

La stessa visione patriarcale e machista, nel campo del volontariato, si incontra anche nella relazione con la promozione di una conversione ecologica comunitaria. Le più grosse difficoltà come animatori Laudato si e di Legambiente si incontrano nell’indifferenza e in una visione patriarcale e predatoria che fa apparire la necessità del cambiamento di uno stile di vita come qualcosa dovuto alle future generazioni e non alla messa in discussione del monoteismo del denaro che il modello predatorio impone (l’estrazione energetica inizia con un atto aggressivo verso la terra senza la presa in carico dell’impatto ambientale. Un modello di prensione energetica dilapidatorio e colonizzante).

All’origine del modello machista e del monoteismo del denaro c’è una visione che esprime un modello ecosistemico ed un logos ben precisi. Antropocentrici e predatori appunto. L’odio semina odio e un atto aggressivo posto all’origine è un atto d’odio verso la terra.

Il modello di sviluppo che deriva da tale atto esprime una visione del mondo dove il volto dell’altro deve sottostare alla logica utilitaristica ed efficientistica.

Più precisamente esprime un Fantasma dove il desiderio di desiderare la fa da padrone.

Un desiderio illimitato come la crescita. Questo fantasma impone che all’origine del mondo ci sia il volto dell’io al quale viene subordinato il patto sociale tra l’uomo e la terra e tra gli uomini.

C’è un atto d’amore invece all’origine. Un atto d’amore tra la terra e l’uomo e tra gli uomini.

Quindi Società della Cura significa disegnare un patto sociale armoniosamente coerente con l’atto originario. Perché fin dalle nostre cellule ciò che cerchiamo, desiderando, è l’amore. L’amore originario. Un ricerca costante di un ritorno all’origine.

Il fantasma del modello predatorio invece mette il Potere al centro, proprio per il poter desiderare qualsiasi cosa ed il servo, se si vuole emancipare, deve stare attento a non cadere nel credere che ciò che gli serve è ciò che gli manca: il Potere di uccidere i genitori. Ciò che ha il suo antagonista. Questo sarebbe un modo per cadere ancora preda nella logica del fantasma. Sarebbe sempre una logica del domino che viene ricercata. La Società della Cura invece descrive una Visone del mondo che esprime un modello di prensione energetica fedele all’atto d’amore originario. L’estrazione dell’energia esprimerebbe un Logos dove la complementarietà tra le differenze sarebbe la casa comune e la valutazione dell’impatto ambientale sarrebbe contemplata già a livello delle produzione. Casa possibile purché si riconosca la propria subordinazione, come atto di libertà, ad un origine posta come un Assoluto. Ricerca dell’Assoluto già contemplata a partire dal nostro cervello.

Quindi la ricerca del profitto per il profitto, il monoteismo del denaro sono la conseguenza di una visione del mondo che uccide l’atto originario decretando il fratricidio come legame sociale.

Seguire l’atto originario, come la Società della cura propone, significa confliggere con la logica del dominio, che è senza origine: l’Amore richiede Verità e Giustizia, i nemici del Fantasma predatorio.

di Stefano Bianco

Orti insieme, un modello di società possibile?

Orti insieme, un modello di società possibile?

Un buon esempio di come sia possibile prendersi cura contemporaneamente delle persone e del territorio è il periodo del primo lockdown, all’incirca un anno fa, quando soci e colture hanno rischiato di deperire nell’isolamento e nell’incuria.

Ma prima singolarmente, poi due alla volta, su concessione delle autorità locali, sono stati organizzati turni giornalieri che consentissero agli animali di essere accuditi, e contemporaneamente all’orto di essere annaffiato e seguito. Mano a mano che la maglia delle norme anti-covid si allargava, le squadre di lavoro un po’ alla volta diventavano di quattro o cinque persone a turno, ben distanziate, con la mascherina, ma finalmente di nuovo insieme. Quando poi a giugno fu possibile fare di nuovo un’assemblea dei soci all’aperto, constatammo non solo la gioia di essere di nuovo assieme, ma anche che l’orto prosperava, grazie a quelle poche ma continue attenzioni quotidiane. Questa cura del territorio ed auto-cura delle persone, che avevano fatto esercizio fisico all’aria aperta, visto facce amiche, scambiato idee e ricominciato a progettare insieme, era stata resa possibile dall’appartenenza all’associazione.

C’è un modo di dire tra i contadini del Piemonte quando si ripongono insieme nella stessa cassetta mele e kiwi o mele e cachi: si dice che si mettono assieme questi frutti perché loro si guardano. Vuol dire che stando assieme gli uni proteggono gli altri dal marcire e assieme vanno a maturazione. Ecco, mi sembra che questo un po abbiamo fatto noi ad Ortinsieme, ci siamo scambiati assistenza e abbiamo acquisito maggiore consapevolezza nelle pratiche condivise. Abbiamo generato una forma di mutualismo. Di più: abbiamo avviato pratiche di riuso del territorio, bonificando e adibendo ad orti le serre abbandonate in cui oramai si coltivavano rose. Abbiamo imparato a non forzare con pratiche di coltivazione aggressive il terreno e ad accontentarci di quello che le stagioni offrono, dividendo il raccolto equamente tra chi quel giorno ha lavorato. Abbiamo messo in piedi un gruppo di acquisto che via via sta diventando più solidale, premiando le piccole realtà produttive rispettose dell’ambiente ma anche del lavoro delle persone. Abbiamo dato il nostro contributo alla creazione ed allo sviluppo di orti didattici nel ventimigliese, impegnandoci nella costruzione di una rete che li sostenga.

L’insieme delle buone pratiche di cura hanno generato forme di mutualismo. Questo può alludere forse in parte alla costruzione di un modello alternativo possibile, ma sicuramente senza la capacità di individuare proposte politiche sulle quali confrontarsi con le istituzioni locali.

Tutto ebbe inizio nell’estate 2010 quando una dozzina di persone prevalentemente di Ventimiglia, incuriosite dall’esperienza in atto della comunità di Torri Superiore, si ritrovano con l’esigenza di provare a misurarsi in pratiche sostenibili di coltivazione. Da una di queste vengono spontaneamente messe a disposizione gratuitamente tre serre dismesse in San Secondo, in cui il padre aveva coltivato rose. Parte un lavoro collettivo che dura fino alla primavera successiva, quando nel 2011 si fonda come associazione Ortinsieme. Sicuramente all’inizio, al di là della pratica di condivisione del raccolto assolutamente egualitaria, vive un intento di uscire dal proprio orticello e provare a proporsi come modello di riuso possibile del territorio. Qua e là sorgono iniziative analoghe e contemporaneamente si costituisce anche il gruppo di acquisto solidale.

Ortinsieme continua la sua attività e cresce numericamente fino a 60 soci negli anni, ma, per dare risposta al quesito iniziale, la difficoltà a condividere al di fuori dell’orto di San Secondo la propria esperienza come un modello alternativo possibile è oggi oggettiva.

di Giorgio Caniglia e Teresa Capaldi

Per saperne di più: http://www.ortinsieme.it/#&panel1-4

La storia dell’ACNA DI CENGIO (Savona) da rileggere nel 2021!

La storia dell’ACNA DI CENGIO (Savona) da rileggere nel 2021!

La Val Bormida che dal savonese si allunga biforcando sino all’alessandrino ha fatto la storia nel tempo. Tempi di battaglie importanti contro l’inquinamento ambientale e per la difesa della salute dei cittadini

Ricordate l’ACNA di Cengio?

Ancora oggi a decenni di distanza non è finita.

Il sito di quel disastro cui seguì la chiusura e la fine di una città intera all’epoca, non è stato bonificato, ma solo messo in sicurezza, con molte contraddizioni concrete

Vale la pena non solo parlarne ancora oggi poiché queste situazioni ambientali e sociali rimangono pieni di problematiche .

Una attività imprenditoriale ha costruito la sua fortuna su produzioni altamente inquinanti  In paesi defilati con aspetti di depressione economica e incentivazioni previste, dove non vi erano quasi alternative per lavorare. Per terminare come tutti sappiamo con la chiusura, la fine come fonte di reddito e la patata bollente di quell’inquinamento lasciato ancora ai soldi pubblici ed agli abitanti che ci devono convivere.

Non è che le amministrazioni susseguitesi hanno brillato e prima chi sapeva cosa succedeva taceva colpevolmente. Ciò affonda in una pratica di industria d’assalto nella storia !

Prendiamo a “caso” da Wikipedia per capire, per chi non conosce.

Il 26 marzo 1882 il comune di Cengio autorizzò la costruzione di una fabbrica di dinamite (Dinamitificio Barberi), a poche centinaia di metri dal confine con il comune di Saliceto, confine tra l’altro tra Piemonte e Liguria. I motivi che portano alla scelta di Cengio per la costruzione della fabbrica, situata su un’ansa del fiume Bormida, furono principalmente la grande disponibilità d’acqua e di manodopera a basso costo e il collegamento ferroviario con il vicino porto di Savona. Nel 1890 gli operai erano già 700, quando Cengio contava circa 1300 abitanti. Nel 1908 gli impianti industriali occupavano 50 ettari. Venivano prodotti acido solforico, oleum e tritolo. Cominciarono però a farsi sentire gli effetti dell’inquinamento: da anni non si poteva più derivare l’acqua della Bormida per irrigare, la nebbia e le piogge portarono il fenolo nei terreni, e nel 1909 il pretore di Mondovì vietò l’utilizzo a scopo potabile dei pozzi nei comuni di Saliceto, Camerana e Monesiglio. Leggete la continuazione al link   https://it.wikipedia.org/wiki/ACNA

Dalle analisi è emersa la presenza di rilevanti fonti di inquinamento quali: aree di stoccaggio di materie prime pericolose; discariche di rifiuti pericolosi; bacini di lagunaggio di residui di lavorazioni. La contaminazione dell’area è dovuta alla presenza oltre i limiti di Metalli pesanti (Arsenico, Cromo, Mercurio, Nichel, Rame Piombo, Zinco) e composti organici tra cui Ammine aromatiche, Aromatici alogenati, Fenoli, Idrocarburi Policiclici Aromatici, PCB, Nitrobenzeni, Nitronaftaleni, Nitrobenzeni, diossine e furani.–

Qual’è la situazione oggi ?

Oggi quel sito industriale è chiuso, messo in parte in sicurezza, ma ancora preoccupa gli abitanti della valle più attenti e che non hanno smesso di battersi per i propri diritti di cittadini.

Vale la pena accendere l’attenzione tramite un documento dellAssociazione per la Rinascita della Valle Bormida che ci hanno consegnato.

Con loro abbiamo intrecciato un rapporto di collaborazione sociale dentro la rete della “Società della Cura” da sviluppare. Il minimo è far conoscere i loro argomenti che sono un esempio per tanti, di costanza e capacità critica  E’ la loro prova d’amore per quella valle… non dimenticare!

Questo è solo uno dei siti inquinati della zona di Savona e della Liguria, considerato fra i 51 siti più inquinati d’Italia, dove altre decine rimangono lasciati com’erano o semplicemente recintati, nell’indifferenza politica dei partiti.

Conoscere i fatti significa promuovere attività sociale e non rassegnarsi o subire.

Per leggere il documento dell’Associazione per la Rinascita della Valle Bormida cliccate sul documento

specifico:

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Sulla bonifica dell'Acna di Cengio