Qualcosa si muove nello scenario italiano

Qualcosa si muove nello scenario italiano

 

 

 

40.000 persone si sono abbracciate ai dipendenti della GKN di Campi Bisenzio a Firenze sabato 18

E’ l’opposizione reale rimasta in questo paese, dove la politica sta tutta da una parte sola: quella del liberismo sfrenato.

Vale la pena ragionare sui fatti .

Chi possiede la GKN?

Fra i maggiori azionisti ci sono Capital Research & Management, una società che fa parte di un conglomerato finanziario – Capital Group – di 67 aziende . Va aggiunta Select Equity Group, società finanziaria che vanta un portafoglio di 30 mld di dollari. Sempre tra gli azionisti, troviamo anche Vanguard Group e BlackRock, due dei più grandi fondi finanziari al mondo. Ognuna di queste società è posseduta e ne possiede altre, rendendo l’assetto proprietario ultimativo un labirinto inesplorabile, complesso e opaco.

Così quando un manager in qualche ufficio globale sperduto vede altre opportunità di investimento non esita un minuto.   Manda attraverso un sms e un email l’avviso: da domani tutti a casa, non servite più a questa azienda(che pur era in attivo e con commesse) la fabbrica sarà chiusa!

Ai propugnatori del “prima le imprese”, del profitto ad ogni costo, questa è l’estremizzazione di una situazione concreta.  Il sistema del capitalismo finanziario globale, per cui non c’è governo nazionale che tenga, le sue regole valgono sopra tutto, sovranazionali

Si fa meno anche della stessa ragione della tipologia produttiva, non importa cosa costruisci.

La vecchia fabbrica fordista fatta di manodopera e strumentazioni è venduta come carta straccia in nome di scelte globali di mercato, attraverso contrattazioni invisibili internazionali.

Le ragioni  di vita di quei circa 500 dipendenti non contano nulla.

Oggi siamo ad uno stadio elevato di finanziarizzazione produttiva nel mondo. Cosa significa?

Che le ragioni di produrre o no una determinata merce non hanno radici sui territori, negli interessi di una popolazione. Sono determinati da elementi incontrollabili di listini di borsa, di interessi forzati che con l’industria hanno poco a che fare Prendono quel capitale e lo impiegano diversamente in un altrove segreto.

Le banche e le quotazioni in borsa hanno creato mostri.  Si reggono su algoritmi e mercati virtuali che mirano solo ed esclusivamente al profitto delle varie società che le compongono.  Il legame con un piano generale di produzione industriale può essere spento dal mattino alla sera.

I partiti tutti, oggi presenti in parlamento hanno avallato questo sistema come terminali amministrativi di questa volontà superiore, dove il capitale deve per forza vincere, creando ostacoli burocratici, frenando leggi utili, distribuendo risorse ai soliti noti.

Lo hanno fatto con la lenta privatizzazione e smantellamento relativo della sanità.  Con l’energia, continuando mentre parlano di rinnovabili, a elargire fondi alle fossili e chiudendo incentivi al 2022. Non mettendo un freno alla svendita del patrimonio di quella che una volta era la settima potenza industriale e manifatturiera Tanti a centinaia di asset importanti nazionali venduti a gruppi finanziari stranieri e spesso senza un padrone identificabile, se non negli uffici di qualche banca.

Le principali società di gestione dell’acqua pubblica (alla faccia di un referendum popolare esemplare) sono di gruppi come Hera, Iren, H2O, ecc. Esse gestiscono ormai il 70-80 % dell’acqua “pubblica”in molte città italiane, quotati in borsa. ARERA che è la società che dovrebbe controllare queste società a sua volta da pubblica è stata trasformata in privata con un unico criterio: gestire il profitto attraverso il controllo delle bollette, per conto dei privati.

Significa che dipendi da quei maneggi finanziari, in modo tutto legale e ammesso, ma senza possibilità di contrasto.  Alla faccia dell’acqua bene comune, che nessuno può davvero garantire rimanga tale nel tempo, anzi.

Il filo rosso che lega la GKN a tutta la nazione,  dice che la politica mente sapendo di mentire. Non è interesse dei cittadini essere governati da un sistema nemico dei territori e delle esigenze pubbliche.

Le scelte nel PNRR di Draghi e dei suoi sodali dove ci sono in ballo molte risorse, ma già tutte destinate alla perpetuazione di questo sistema (Tav, Tap, Ponte di Messina, ecc)

La storia dell’Ilva di Taranto parla per tutti, nessun progetto industriale e nessuna vera opposizione, trattata come un caso sindacale (anche lì da una società quotata in borsa estera).

Le persone della GKN (con alcune figure interne del Consiglio di Fabbrica carismatiche), hanno saltato la politica.  Sono andati a parlare direttamente alla gente, non solo alle istituzioni o ai sindacati e la manifestazione del 18 è l’inizio di un percorso di lotta.  Può anche darsi non vinca, ma segna un cambiamento epocale, contro l’ipocrisia dei partiti e di questo governo di “competenti”!

Hanno posto non solo il loro problema come specifico di un territorio, ma come frutto di un metodo che scava da tempo dentro alla vita sociale del nostro paese, ma non solo.

Si interrogano su quale società vogliamo, di quale prospettiva si può parlare alzando il tiro che stringe in una morsa territori e industria, lavoro e benessere sociale, regole e sicurezza sociale.

Questa società non garantisce più sicurezza ai cittadini e il caso GKN è solo uno dei tanti succeduti nel tempo. Ci fanno fare l’abitudine affinché la rassegnazione anticipi la paurate.

Serve che ognuno singolarmente si fermi a riflettere. Mentre i media ed i partiti ci vogliono stringere in una guerra fra poveri con discorsi limitati di green pass o vaccini, mentre l’ipocrisia della politica non serve neppure più come mitigazione della violenza del capitalismo finanziario.

Non ci sono scorciatoie, “buone pratiche” applicate, buonismo venduto,  che tenga a freno questo sistema transnazionale dove il nemico diventano i cittadini, dove le merci sono l’altare sacrificale degli interessi dei singoli.

Costruiamo comunità, troviamo punti comuni di difesa, riprendiamo in mano l’opposizione con questo buon esempio di pratica politica della GKN, in ogni territorio ce n’è una e va difesa!

Non c’è solo da proteggere il lavoro in tutte le sue forme, ma serve dare un senso ad una società a misura d’uomo(in senso largo ovvio). La cura di se e delle persone oltre che dell’ambiente e dell’ecosistema è il cambiamento necessario come visione di una benessere possibile, inclusivo. Serve andare oltre la sindacalizzazione di un conflitto, ai meandri di contratto specifici, serve ritornare a fare opposizione al sistema per ciò che rappresenta.   Qui o ci si salva tutti insieme o non si risolve nessun conflitto.

Partire dai territori e verificare quali interessi hanno al loro interno.  Uscire dalle logiche di un mercato globale dove vincono solo sempre quelli che decidono al di sopra delle nostre teste.

Questo vuol dire ragionare su cosa ci serve produrre e quale fine ha e come si armonizza con l’ambiente e la società.

Poco serve propagandare antifascismo se poi ci licenziano con un sms e nessuno muove una paglia.  Mantenere la propria posizione in silenzio per paura di entrare nel tritacarne sociale del mercato è il passo che precede la sconfitta.

Gianni Gatti

Massima capacità di analisi e minima risposta di lotta ?

Massima capacità di analisi e minima risposta di lotta ?

Effetti della situazione politica globale

I dibattiti di questi gg sul G8 del 2001 come spazio-tempo di passaggio fra epoche diverse socialmente e politicamente, occasione utile

Si può ben dire, a mio giudizio, si caratterizza per almeno due aspetti di fondo:

– una grande qualità di analisi politica, di approfondimento non esaustivo, arricchita ogni giorno da mille gruppi diversi, a cui non corrisponde una quantità di movimenti “toccati e scossi “da volontà di opposizione al potere.

la frammentazione sociale e soprattutto la mancanza di una linea definita, univoca ed in continuità. Dentro le reti varie nei territori che ancora si battono per specifici motivi locali o generali di interesse comune. Gli elementi generici come ad es. il ventennale del G8 a Genova che servono da momento di riflessione, sono memoria rivisitata criticamente,

Vorrei tentare la via difficile di dare una interpretazione generale non esaustiva a tali fenomeni che ci coinvolgono anche nell’azione quotidiana della nostra rete.

Non è solo politica, ma passa attraverso la psicologia di comportamenti di massa per gettare elementi di riflessione da sviluppare.

La società del capitalismo finanziario del 2021 si caratterizza per la globalizzazione economica, per le forme istituzionali legali che determina.

Si sta compiendo una trasformazione del consumismo imposto da chi ne sta ai vertici, che è diventato mercato plurimodale e pian piano ingloba ogni territorio deprivandolo di omogeneità.

Le merci, i beni transnazionali prodotti non hanno più luogo specifico di nascita produttiva, deposito, mercato, utilità sociale o almeno cambiano in breve tempo in cui l’unico elemento decisionale è il mantenimento del valore di profitto del denaro che ne è determinato.

Il consumismo crea dipendenza

Siamo i figli della generazione che ha sciolto ogni legame con la terra di nascita, con l’appartenenza a gruppi antropologicamente definiti religiosi, etnici, in ogni nazione e per motivi diversi.

Le decisioni operate da mega gruppi finanziari di mercato e globali (Blackrock, Amazon, Google, lobby o banche operative, gruppi industriali per vendita armi, ecc) rendono inutile ogni lamento e opposizione poiché hanno in parte espropriato gli stessi governi NAZIONALI attraverso un percorso di accordi segretati, di capitali immensi spostati ed indirizzati, ne saltano persino i fondamenti fiscali.

In una sarabanda mondiale in cui tutto, dalla digitalizzazione al 5G, dal trasporto merci alle infrastrutture, dai mercati dei beni comuni (acqua, salute energia, ecc) alle produzioni manifatturiere, compresa la comunicazione asservita come arma nascosta per l’obiettivo: il profitto.

Attualmente il conflitto interno al capitalismo è fra forme di Grandi Aziende o Società contro medie e gli esiti sono scontati.  Tutto per concentrare potere di produrre o commerciare, alle piccole realtà produttive locali non rimangono che nicchie specifiche di settori per sopravvivere.

Non sto dicendo niente di nuovo, nella rete della Società della Cura, questi aspetti sono stati esaminati e analizzati anche attraverso le operatività concrete come l’azione del governo Draghi ed il PNRR deciso in EU e attuato a Roma come aiuto concreto al sistema imprese.

Il passaggio fra la critica e l’azione di lotta, pur con singoli esempi specifici ancora vivi e propulsivi (vedi NOTAV , ecc) è impietoso! Abbiamo ragione ma decidono loro!

I meccanismi di azione del potere, della finanza, delle istituzioni nazionali o europee o transnazionali sono cose abbastanza note, trattate ampiamente.

Allora non siamo abbastanza convincenti e ad una analisi impietosa non segue una battaglia sociale furiosa? Rimane una opzione accennata da irriducibili post–no global o una ribellione culturale di intellettuali già sconfitti?

Il senso del mercato globale e suoi effetti sociali

La politica non spiega tutto, ma serve parlarne perché è il nodo della questione della contrapposizione qui ed ora.

La società del profitto, del PIL e dello Spread rincorso, ha come effetto almeno due elementi caratteristici:

l’atomizzazione del sociale dove moltissime associazioni o gruppi di azione (anche solo culturale) non dialogano fra loro per aspetti specifici di azione pur stando sullo stesso territorio, ma anche per difesa dalle incursioni dei partiti, ormai considerati, quando va bene, con diffidenza.

Il capitalismo moderno ha spezzato l’identità del singolo dentro il suo territorio pragmaticamente. Non solo togliendo ogni minimo strumento di democrazia partecipativa, ma il mondo è diventato un grande mercato globale interconnesso in un eccesso di produzione di merci!

Il CONSUMISMO che nel tempo ci ha trasformato, è in parte accettato, introiettato nei comportamenti, diventato abitudine e parte della nostra vita, in modo spesso incosciente ha creato un legame con le cose delle persone che in parte si è trasformato in un percorso “naturale” con le merci prodotte sino a riconoscerne una dipendenza indiretta a questo sistema liberista. Ogni merce prodotta, attiva un insieme sistemico di attività collaterali che diventano aspetti consolidati di comportamento consapevoli o meno.

Comprare la T-shirt a 2,5 euro al Decatlon è dare vita ad un sistema, anche se non lo abbiamo deciso noi, con tutta la filiera che si porta dietro di scelte sociali.

Siamo coscienti che per esempio un commercio equo e solidale di prodotti agricoli è preferibile, ma poi nel negozio sotto casa con comodità compri le cose meno costose che paiono una scelta di compromesso accettabile.

Causa ed effetti mescolati

Smetti di chiederti se il tuo acquisto ha potenziato lo sfruttamento di persone che non conoscerai mai dall’altra parte del mondo.  Se hanno determinato spreco di acqua o distruzione ambientale. Le merci o meglio il loro valore monetario intrinseco ci hanno permeato. Il valore rappresentato di lavoro, servizi e di debito monetario fa parte della coscienza individuale, ma è diffuso fra larghe masse. Lo abbiamo accettato, introiettato incautamente. del resto se i partiti lo hanno accettato come vangelo il singolo può ben poco opponendosi.

Esserne critici è fatica, è apertura mentale che richiede interessi, letture, dialoghi, confronto. L’individuo lasciato solo e schiacciato fra pandemia e responsabilità oggettive fatica ad aprire il raggio di azione, il proprio personale modo di stare nel sociale che spesso è valvola di sfogo non piano di azione antagonista complessiva.

Non è un caso che da tempo i partiti abbiano smesso di cercare un dialogo collettivo, di spiegare le loro scelte, disabituando al confronto. Oggi si va a migliaia ai funerali di gente mai conosciuta o di icone come la Carrà spinti dai media ma non per difendere diritti sul territorio.

Non è un caso che i difensori del liberismo da Salvini a Letta tendano a parlare alla pancia, che i sindacati avanzino rivendicazioni senza mai mettere in discussione il sistema che genera condizioni difficili, la loro adesione è convintamente opportunistica (Ilva docet)

In fondo la “non belligeranza” di tanta parte della popolazione, come l’aumento incredibile del consenso a politiche di destra retrograde( la Meloni al 20%) e violente è una adesione indiretta,(spesso inconsapevole) al mondo di luci e pajettes del capitalismo moderno. Una non scelta, ma indifferibile.

Il governo dei migliori è la fotografia di una unificazione finanche di linguaggio, dove i provvedimenti presi contro l’interesse generale sono la loro resa al sistema a cui nuovi adoratori di atlantismo ed europeismo si aggiungono e terrorizzano le masse già compresse!

Se tutti quanti parlano bene di un modello di sviluppo del PIL …sarà certamente il migliore o il meno peggio consolidato! Ogni variante crea problemi e responsabilità.

Far funzionare il “SISTEMA” è l’essenza della logica del profitto sino a far sembrare indispensabile prendersela con il nemico esterno identificato con i migranti, gli omosessuali, i disabili, oppure creando nemici continentali dentro un mercato da dominare, come Russi, Cinesi, Indiani, Arabi, ecc

Una forma individuale( di massa) del lasciarsi vivere.

Rimane il buon vecchio “panem et circensis” con le partite di calcio dove sognare o sfogarsi, i giochi on-line, la tv del Grande Fratello o dell’Isola dei Famosi in aumento . La pandemia sotto questo punto di vista è servita a silenziare, a chiudere in casa milioni di persone terrorizzate che faticano a sganciarsi da questo atteggiamento supino. Al massimo si mugugna sui social.

Non si può essere sempre “contro” e la paura del cambiamento, soprattutto quando non hai chiaro dove andare a parare, non hai sicurezze su quale mondo desideri, è un rifugio comodo.

La CONVERGENZA della S. della C. è un tentativo necessario da sviluppare.

C’è di più! Per una quota importante della popolazione è un LUSSO scontrarsi.

Se ci sono circa 9 milioni di poveri accertati, questi sono impegnati a campare giorno dopo giorno, a trovare soluzioni una dopo l’altra, fanno tre lavori contemporanei. Il reddito miserabile  a fronte di un tempo di lavoro dilatato non dà loro la fermezza ed il tempo di scegliere…rotolano sulle strade e passano da una brutta esperienza ad un altra.

Al massimo aprono vertenze specifiche, locali, sindacali, spesso la parola “sconfitta” aleggia.

Certamente al Rider precario, alla badante non sta bene vivere così.

La realtà schiaccia l’individuo e lo rende sempre più dipendente da forme che non controlla.

O trova aiuto collettivo, forme organizzate concrete o rimane uno sradicato praticamente e culturalmente nei dettagli sociali del suo territorio. Il collegamento fra gli strati più sfruttati e il ceto medio è un terreno di lavoro politico importante. Se il primo esprime istinto di ribellione concreta, il secondo può essere capacità di dialogo ed elaborazione.

Ha una seria responsabilità la conduzione e poi la triste fine non conclusa del vertice del M5S, l’ultima speranza istituzionale dentro a movimenti civici deprivati, ormai delusi a ragione piena.

Ne vedremo gli effetti nelle prossime elezioni dove la quota del non-voto aumenterà a dismisura, ovviamente come forma critica indiretta, ma senza risultati pratici di cambiamento.

Queste poche e frettolose descrizioni hanno lo scopo di far crescere il dibattito soprattutto a chi come noi, continua a macinare analisi, iniziative e proposte politiche, tentativi di mobilitazione.

E’ una fase, a mio personale giudizio, che non cambia nell’immediato perché lo vogliamo noi, ma necessita di vari elementi, chiede strumenti operativi concreti e tempo oltre a condizioni di vitta al limite.

Lo stato dell’arte nella politica sociale

Lo strato sociale della media e piccola borghesia è ancora il corpo molle in cui si muove la politica tutta, dai partiti di dx e sx, sindacati confederali compresi, unificati nel liberismo mondialista e nazionale.

E’ lo strato “dell’icona classe operaia residuale” ancora sopravvissuta, del ceto medio impiegatizio della P.A. che ancora va in ferie, che si muove dentro categorie in qualche modo ancora garantite (ricerca e università, portuali, sanità, professionisti, commercianti, ecc) . Uno strato che sarà anche capace di coscienza critica, ma difenderà questi “privilegi” con le unghie e con i denti fornendo il necessario humus sociale ai partiti anche di diversa sponda dal PD a Lega e Fd’I.

A Roma (al di là del dibattito cretino su Raggi si o no) nella struttura del personale del comune e delle partecipate(oltre 22.000 persone) oltre cinquemila fra dirigenti alti, medi e di manovalanza erano stati assunti e sono ancora lì, messi attraverso corruzione, trucchi e amicizie torbide, anche come controllo degli altri…

In questa situazione sociale giocano un ruolo alcune associazioni nazionali dove, mentre diventano forme sottopagate di consulenza a certi comuni attraverso la cultura delle “BUONE PRATICHE”. Diventano parte del mercato liberista involontariamente anche se localmente fanno lavoro contro gli aspetti più critici del territorio, dall’ambiente alla vita civile. Ne diventano una parte di legittimazione come i mercati paralleli di G.A.S. o altro che permettono nicchie di sopravvivenza colta, ma senza cambiare la sostanza del presupposto di mercato agricolo mondiale. Il potere non si oppone li ingloba nel proprio mercato come forme diverse!

C’è una documentazione su questi aspetti, dall’auto-produzione, al riciclaggio dei rifiuti, la pulizia dei boschi o del corso dei fiumi, il volontariato sociale, il terzo settore o altro che diventa indirettamente (non si tratta di attività negative in sé) funzionale al “sistema di potere”. Un modo facile di scaricare ansie e turbolenze sociali personali, in un contesto collettivo senza cambiarne paradigma di fondo. Combattono singoli aspetti del capitalismo finanziario, non come sistema globale.

Il mercato delle merci ne inventa una ogni giorno e fa diventare merce le persone che pensano di essere contro…. Vivere di queste “piccole soddisfazioni” è facile da capire, diventa il modo comodo di guardare il proprio ombelico senza cambiare davvero molto, mentre inquinano fabbriche, si degradano i boschi, franano i territori, il clima si altera, le fossili si prendono le risorse, la mobilità senza servizi si macina il tempo di vita e crea stress, ecc.

Allora certo che serve parlarne, spiegare, informare, anche provocare ….come questo sito testimonia per creare un laboratorio di idee di alternativa possibile. Metro di paragone dentro le risposte che dai singoli ai gruppi organizzati devono trovare attenzione, comunicazione, abitudine a a non essere lasciati soli allenando nel tempo a COLTIVARE CONVERGENZA!

Gianni Gatti

Cosa “alimenta” il settore agroalimentare? PAC e dintorni

Cosa “alimenta” il settore agroalimentare? PAC e dintorni

Nella società del PIL e delle imprese sembra un discorso poco interessante parlare di agricoltura o almeno di minor importanza, ma rimane che senza di essa saremmo morti!

La finanza regolatrice

Detto ciò il capitalismo finanziario in Italia come in EU o nel resto del mondo, procede a velocità della luce a tenere la barra verso la difesa del profitto. Piuttosto che adempiere alla ricerca della soluzione alimentare nel mondo e va da sé nella gestione politica delle proprie scelte. Ogni nazione ha un modo in parte diverso di approccio, ma sempre nella conduzione globale del filone capitalista.

Ci sono elementi da considerare non in ordine di importanza per punti :

– Le banche attraverso la concessione del credito investono (danno credito) quasi solo alle medie, grandi imprese che investono nel campo agroalimentare perché più sicure e semplici da gestire.

Vedi la recente approvazione della PAC europea che porta all’accordo sulla riforma della Politica agricola europea. Essa è slegata dal Green Deal e lascia a casa l’ambizione su come spendere oltre 386 miliardi di euro (circa il 33% del bilancio comunitario) dal 2023 al 2027. Parliamo del regolamento sui piani strategici nazionali, che riunisce quelli storici su pagamenti diretti e sviluppo rurale (primo e secondo pilastro). Sarà destinato, infatti, ai programmi di finanziamento per gli agricoltori che presentano i progetti più virtuosi solo il 25% delle dotazioni nazionali per i pagamenti diretti. Tra l’altro con diverse flessibilità. Intanto un tetto al 20% tra il 2023 e il 2024 (learning period). Il Parlamento chiedeva che si arrivasse al 30% del primo pilastro (circa 58 miliardi di euro), ma si era già detto pronto ad accettare il 25%, mentre il Consiglio era rimasto a un 20% (quasi 39 miliardi). Quindi minori possibilità per il microcosmo agricolo mentre chi è già più strutturato e opera su scala ampia, è favorito.

Il mercato autoregolante

– Dipende anche da queste scelte politiche che il “mercato” autoregoli” in senso peggiorativo, senza alternative la spartizione interna nazionale delle risorse.  Attraverso ad essa anche le quote della stessa produzione agricola o di allevamento. Se favorisci culture devastanti per l’impatto necessario di acqua come il granoturco, la soia quasi per esclusivo uso ad alimentazione animale, orienti verso una concentrazione di potere e di commercio non sostenibile sul lungo periodo. Tutti ricordiamo la mai risolta guerra delle quote latte.  Dato il prezzo basso dello stesso granoturco o del grano e l’uso degli stessi prodotti coltivati con uso di Glifosato e pesticidi resi in questo modo più efficienti e performanti, mentre la salute non è un problema delle Grandi Aziende.  Investimenti in appezzamenti estesi di territorio, in macchine più performanti e costose, significa favorire l’allevamento intensivo e la concentrazione anche di potere contrattuale di tutta la filiera. Aumentano i profitti di pochi con i costi di salute e ambiente naturale devastati a carico della comunità pubblica.

La Cina è diventata il primo esportatore in Italia del pomodoro. Prodotto che è un po’ il nostro simbolo identificativo alimentare facendone cadere il prezzo di mercato.  Non c’è da stupirsi nelle storie quotidiane di morti sul lavoro e di ipersfruttamento coloniale di immigrati o di manovalanza locale che non ha scelta. Lo fanno (i cinesi) con l’uso scriteriato di inquinanti, senza etica se non quella del poter esportare ad ogni costo.

In Italia la GDO (Grande Distribuzione Organizzata) risponde determinando il ribasso dei costi per restare concorrenziali. I territori diventano una appendice locale di un mostro di cui non vedi la testa.

Solo 4 anni fa un inchiesta di Report aveva stabilito che nel trasporto ortofrutta e animale ruotavano circa 7.000 piccole medie aziende appunto di trasporto e circa 5.000 avevano avuto segnalazioni di relazioni pericolose con la criminalità organizzata da cui dipendevano in vari modi.

La necessità di avviare trasporti da un capo all’altro del mondo è uno dei motivi della perdita di sopravvivenza locale, perchè è una competizione regolata da terzi, indipendente.

Del resto, perché stupirsi se lo stato finanzia porti per attrezzarsi al commercio internazionale di ortofrutta (vedi l’ultimo nato dei porti a Vado Ligure, SV per circa 450 milioni di euro pubblici) !  Poi arrivano arance dal Marocco, olive spagnole o prodotti da altri paesi che uccidono la potenzialità dei territori stessi, anche e soprattutto della riviera ligure. Così mentre la gente nella Piana di Albenga, nel retroterra di serre sanremese , sui terrazzi di olive taggiasche, nelle vigne di pregiati prodotti sparsi ovunque da Luni a Ventimiglia trovano vita dura e la campagna rende la vita difficile oltre che in una spirale impossibile da modificare dentro lo stesso ambiente. Con l’aggravante del cambio climatico evidente che influisce sulla resa stessa di coltivazione. Ma mentre i grandi gruppi lavorano su scale diverse, l’ortolano o l’allevatore piccolo-medio non hanno più spazio di manovra locale. I Gruppi di Acquisto Solidale o l’altro mercato-solidale  una realtà ancora viva, ma parziale. Funzionano da modello possibile e utile, ma il capitalismo finanziario li ingloba in un mercato controllato facendoli diventare, senza volere, parte di se stesso. Salvo piccoli esempi virtuosi o si cambia a monte l’intera impostazione dell’agricoltura e dell’allevamento o si è schiacciati.

– Uno degli aspetti del capitalismo finanziario è che rende il piccolo “campagnolo” senza rete, come una barchetta in mezzo ad un mare agitato. L’agricoltura e l’allevamento non hanno più il fine di alimentare il territorio, ma di competere in un mercato vasto senza confini, che non controllano in nessun modo e che li rende senza autonomia e possibilità di scelta. Mentre il raccolto dell’agricoltore è limitato dalle sue risorse, tecniche, burocratiche e finanziarie, chi distribuisce sugli scaffali vuole solo “prodotti perfetti”, lo scarto se lo tiene il produttore ed è un ulteriore abbassamento e possibilità di ricatto di chi sta al vertice della filiera.

Il PNRR di Draghi e l’agroalimentare

– La retorica sprecata sull’etica della politica, l’uso spregiudicato del PNRR di Draghi che ancora va verso un aiuto ad un mercato selettivo, di pochi nei fatti.  Pare non abbia eco nei piani che contano sull’agricoltura e le particolarità regionali.  Mentre in continuità col passato i problemi rimangono, si spopolano i borghi, si chiudono le serre, si cerca un lavoro più stabile e sicuro (ma solo per pochi fortunati). Nel milione di posti persi nel 2020 ci sono compresi anche agricoltori che hanno gettato la spugna…

– Difendere un territorio è salvarne le qualità dei suoi prodotti dal Pigato del levante, alla Granaccia, al Rossese, ai limoni succosi o delle arance (Pernambucco) finalesi, all’asparago viola di Montenotte e dintorni, all’aglio di Vessalico, ecc, ecc. Difendere un territorio è difendere questo mondo di sapienza contadina dalla finanza senza scrupoli che mette in borsa le quotazioni dell’acqua (o le società che ne gestiscono l’uso pubblico). La gestione del verde e della terra rispettandone i connotati produce miglioramenti nella salute, nel benessere personale e sociale.  Molti giovani già oggi stanno provando a riciclarsi da espulsi sociali anche laureati, inventandosi come contadini, facendo cooperative, gruppi che lavorano la terra e entrano in rapporto con i territori. C’è un distacco profondo fra la politica dei partiti (tutti) le complicità interessate per pura sopravvivenza di categorie e sindacati che lottano in parte solo contro gli effetti di scelte generali, quasi mai contro le cause e le scelte fatte da entità al di fuori della portata …

Gettare oltre il muro del quotidiano un idea di agricoltura solidale, sostenibile significa cercare spiragli di alternativa alla sopravvivenza sociale, dove essere contadini ritorni ad essere orgoglio ed esempio di cocciuto combattimento per sopravvivere, ma soprattutto di solidarietà relazionale. Non ci si salva da soli, ma come parte di un progetto ampio ed una visione con al centro le persone. Allargare la capacità critica all’insieme della situazione. Riformulare domande e darsi risposte su quale mondo sia necessario è l’aspetto urgente, politico della transizione necessaria, non più procrastinabile, entro cui va valutato ogni aspetto del tema.

Viviamo qui ed ora, ma mentre cerchiamo modi di sopravvivenza è utile sviluppare un pensiero critico articolato verso questa società ed il suo sviluppo. L’alimentazione rimane una necessità inderogabile come l’acqua, ma la forma di gestione o è sociale o non ha futuro. Il km zero rimane un idea poco praticata in un mondo deciso da lobby alimentari e industrie di lavorazione.

Gianni Gatti

Quale energia è sostenibile?

Quale energia è sostenibile?

Le fonti di energia «pulita» sono indispensabili per evitare il baratro climatico

Se le paragoniamo alle fonti fossili come dispositivi di estrazione e accumulazione di valore, oltre che di energia, le rinnovabili – nel paradigma dell’accumulazione privata – rischiano di riprodurre gli stessi meccanismi estrattivi e le stesse ingiustizie.

Gli ingredienti ci sono tutti: regimi autorizzativi agevolati, sostanziosi sistemi di incentivazione che raccolgono valore tramite la fiscalità e lo canalizzano ai capitali «verdi», marginalità dei territori di estrazione, con in più la legittimazione di mitigare la crisi climatica. Intendiamoci, le fonti rinnovabili sono uno strumento indispensabile per evitare il baratro climatico. Tuttavia, rinnovabile e sostenibile non sono sempre sinonimi.

Innanzitutto, il reale impatto di una filiera rinnovabile va calcolato nel complesso: dall’estrazione dei materiali, come il silicio dei pannelli o i metalli per le turbine, fino al loro smaltimento. In secondo luogo, le centrali rinnovabili costruite in aree tutelate o in aree confinanti, come prevede la bozza del Decreto Semplificazioni, possono incrinare equilibri delicati fra ecosistemi e comunità umane assestatisi nei millenni. In sostanza, la sostenibilità è una condizione concreta, non astratta. Va valutata e concertata, non presupposta o imposta.

Come ricercatore Samadhi ha già analizzato la cospicua parte del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ben 6,91 miliardi di euro, che punta all’incremento delle energie rinnovabili, così suddivisi: sviluppo agrovoltaico (2,1 miliardi), promozione rinnovabili per le comunità energetiche e l’autoconsumo (2,2 miliardi), promozione impianti innovativi, incluso offshore (680 milioni), sviluppo biometano (1,92 miliardi). Ora però il decreto Semplificazioni, col quale il governo Draghi mira a rendere concreti i progetti di massima presentati nel Pnrr, diventerà a breve realtà. 

Per la stessa ragione la sostenibilità DEVE ESSERE ANCHE SOCIALE.. E ciò è vero tanto più in un paese come il nostro, dove complessità e fragilità eco-sistemica si intrecciano con una grande varietà di paesaggi.

Quindi le rinnovabili nello schema della governance neo-liberale, più che panacea possono trasformarsi….. in cornucopia, per pochi, ovviamente.( preso in parte da https://parolelibere.blog/2021/06/08/e-possibile-salvare-le-rinnovabili-dal-capitalismo/ )

La storia della produzione e distribuzione di energia in Italia è complessa, ma simile a tanti altri paesi. Il punto focale da mettere in risalto è che, come in parte sta succedendo in Europa oggi, si fonda sull’asserzione “serve più energia” e deve essere rinnovabile! Serve una critica puntuale che ne analizzi ogni aspetto!

Non è che una fonte rinnovabile sia sempre sostenibile.

Questo è un paradigma da aggiungere alla declinazione di green che viene data( solo per farla accettare e prelevare incentivi EU) a sproposito riferita al metano o anche all’idrogeno blu( produzione fatta con metano che è fossile) quindi con dubbio forte sull’uso tecnico nella produzione.

La democrazia energetica è un fenomeno che può esistere solo se diffusa ed espansa sui territori e che davvero libera da schiavitù nel tempo

Se è concentrata in poche mani di aziende che gestiscono la produzione e la distribuzione, passa attraverso gli stessi meccanismi dell’energia fossile con impatto ambientale e sociale mentre i profitti sono solo di chi ne ha in mano la conduzione.

E’ la storia di aziende come Iren, H2O, Hera, Tirreno Power, ecc.

E’ la storia di questo nuovo PNRR che doveva traghettarci verso un futuro meno climalterante e invece ripete stessi “errori”

Entrare nel dettaglio della produzione mette in risalto come, se anche una centrale nuova o rivisitata (vedi proposta di riconversione da carbone di Vado L. e Civitavecchia o La Spezia) fosse costruita con sistemi rinnovabili tipo foto voltaico o solare termico o similari rimarrebbe una concentrazione di potere in mano a pochi che ne traggono profitto  Ai cittadini rimane solo di pagare ogni innovazione spalmata attraverso le bollette di ARERA, mentre le quote economiche così drenate(Recovery Plan ) tolgono risorse per effetti utili invece agli incentivi tipo superbonus 110 %

L’energia per diventare motore di sviluppo sociale, creare lavoro e reddito oltre che rispettare l’ambiente deve essere una proprietà collettiva diffusa dove il prosumer (produttore-consumatore) è anche padrone di ciò che consuma . Per questo prima di avviare nuove costruzioni serve efficientarne l’uso attuale, risparmiando dove possibile per diminuire l’impatto complessivo.

Non basta definire green una tipologia per ottenere scopi e risultati davvero alternativi. Vanno esaminati tutti gli aspetti dalla salute, all’autonomia reale procurata, al risparmio esercitato, all’utilità sociale per cui nasce.

Chiarire questo, è battersi a tutto campo per spiegare verso quale modello di sviluppo stiamo andando o almeno vorremmo che fosse….

Una fonte energetica può essere sostenibile, ma il capitalismo finanziario NO, in nessun caso! Serve smascherare questo tentativo anche attraverso il governo Draghi come modello perpetuo di valore del PIL e del profitto per pochi dove la politica copre vergognose scelte in continuità.

Quali sono gli errori delle fonti fossili che le rinnovabili potrebbero replicare? E davvero le rinnovabili possono essere, da sole, la panacea a ogni male?

Se le paragoniamo alle fonti fossili come dispositivi di estrazione e accumulazione di valore, oltre che di energia, le rinnovabili – nel paradigma dell’accumulazione privata – rischiano di riprodurre gli stessi meccanismi estrattivi e le stesse ingiustizie.

Gli ingredienti ci sono tutti: regimi autorizzativi agevolati, sostanziosi sistemi di incentivazione che raccolgono valore tramite la fiscalità e lo canalizzano ai capitali «verdi», marginalità dei territori di estrazione, con in più la legittimazione di mitigare la crisi climatica.

 

Gianni Gatti

L’Energy Charter Treaty

L’Energy Charter Treaty

Dal blog https://valori.it/ Andrea Barolini 16.04.2021 Riportiamo una segnalazione importante che taglia sulle parole l’atteggiamento europeo e mondiale

L’Energy Charter Treaty consente alle major delle fonti fossili di attaccare gli Stati che “osano” contrastare i cambiamenti climatici

Si chiama Energy Charter Treaty e sì, pochi di voi ne avranno sentito parlare. Si tratta, infatti, di un documento semi-sconosciuto, che oggi rischia di rendere gli obiettivi climatici impossibili da raggiungere. A tutto vantaggio delle grandi compagnie delle fonti fossili.

L’Energy Charter Treaty nato alla fine della guerra fredda

Facciamo allora un passo indietro di tre decenni. L’Energy Charter Treaty è un accordo internazionale sugli investimenti. Firmato nel dicembre del 1994 ed entrato in vigore nell’aprile del 1998 Cosa stabilisce? Un quadro multilaterale di cooperazione transfrontaliera nel settore dell’energia. Per questo, copre numerosi aspetti delle attività legate al comparto: il commercio, i transiti, gli investimenti, l’efficienza energetica.

Nacque con l’obiettivo di integrare la produzione energetica dell’Unione sovietica e dell’Europa dell’Est, alla fine della guerra fredda, nel mercato europeo (e non solo).

L’Energy Charter Treaty, in altre parole, impose la globalizzazione di un settore energetico che, per decenni, era rimasto circoscritto all’area del Patto di Varsavia. Anche attraverso strumenti giuridici vincolanti, con tanto di arbitrati, sentenze e pesanti sanzioni in caso violazioni.

Torniamo quindi ai giorni nostri. O quasi: al 2008. Direzione la costa abruzzese. Per rievocare una vicenda senz’altro più nota dell’Energy Charter Treaty: il mega-progetto Ombrina Mare. Una piattaforma petrolifera a undici chilometri dalla costa, costruita dalla compagnia petrolifera britannica Rockhopper. Sin dal suo avvio, la popolazione locale, supportata dalle associazioni ambientaliste, ha manifestato la propria contrarietà. Fino al 2015, quando, dopo anni di proteste e mobilitazioni, il governo decise di fare retromarcia, sospendendo il progetto. Il collettivo di giornalisti Investigate Europe (IE) ricorda però che «nell’ombra, la società inglese preparava già la sua rivincita. Un anno dopo, l’azienda ha depositato infatti una denuncia contro l’Italia». Con quale accusa? Violazione dell’Energy Charter Treaty.

Il caso italiano di Ombrina Mare

Il trattato, infatti, è stato ratificato dall’Italia alla fine degli anni Novanta. Esso permette alle compagnie petrolifere di chiedere risarcimenti per le perdite sugli investimenti e i potenziali profitti futuri. «Il governo dell’epoca – prosegue IE – cade dalle nuvole: tutti avevano dimenticato l’esistenza dell’accordo». Il caso italiano non è isolato. Da un decennio, l’accordo è diventato «il più utilizzato al mondo a scopo giudiziario». La segreteria dell’Energy Charter Treaty parla di 136 azioni legali avviate presso i tribunali arbitrali, situati a Washington, Stoccolma e L’Aia. E nulla si può sapere delle procedure in atto, perché esse, fino alle udienze, sono segrete.

«Un sistema giudiziario parallelo, le cui decisioni ricadono però sul denaro dei contribuenti», osserva IE. «E i risarcimenti finanziari chiesti agli Stati sono talmente elevati da rischiare di frenare l’azione dei governi per la lotta ai cambiamenti climatici», ha aggiunto Amanda van den Berghe, attivista belga dell’organizzazione non governativa Friends of the Earth.

RWE chiede ai Paesi Bassi
un risarcimento da 1,4 miliardi di euro

Dalle chiusure delle centrali a carbone allo stop alle trivellazioni alla ricerca di petrolio, tutto rischia di essere sottoposto alla “spada di Damocle” del trattato sull’energia. Esempio: nello scorso mese di febbraio il colosso tedesco RWE, proprietario di centrali a carbone in patria così come nei Paesi Bassi, ha chiesto un risarcimento gigantesco alla nazione europea: 1,4 miliardi di euro. Ciò per la decisione di bloccare, entro il 2030, la produzione di energia elettrica basata sulla fonte fossile in assoluto più dannosa per il clima.

Al fine di valutare il rischio che il trattato fa realmente pesare sugli Stati europeo, Investigate Europe ha realizzato una stima inedita, «a partire dagli investimenti attuali nelle energie fossili (centrali a carbone e a gas, terminal petroliferi, oleodotti, gasdotti e giacimenti di idrocarburi). Il risultato è da brividi: sono in gioco 344,6 miliardi di euro».